Ti fai portare una moneta, la mostri in modo che tutti riconoscano l'effigie impressa e poi esclami:
A Cesare quel che è di Cesare,
a Dio quel che è di Dio.
Seguono duemila anni di mortificazione teologica del vil denaro - lo "sterco del demonio" per i sostenitori più intransigenti - sulla base di una contrapposizione presunta tra i beni terreni, destinati ai Cesari di questo mondo (...quante volte, ed in quante realtà diverse, ho ascoltato questa stessa identica omelia...) ed i beni celesti, proprietà di Dio.
Oggi, inseguendo la misera offerta di una vedova al tempio, scopro che le sue monete non potevano essere romane né recare l'effigie dell'imperatore: l'offerta al Tempio doveva essere in valuta locale.
Allora riavvolgo il nastro e mi chiedo se non sia stato frainteso il messaggio della frase da cui sono partito: forse voleva semplicemente dire che ritieni che si debbano pagare tanto i tributi a Roma quanto le offerte al Tempio.
Forse non c'è nessun riferimento ai "beni celesti".
E questo in fin dei conti mi gratifica e mi fa sorridere, perché cambia radicalmente il punto di vista, lo porta su un piano pratico, più vicino all'uomo.
Come a dire che il denaro è nel mondo, bisogna accettarlo ed essere capaci di possederlo senza esserne posseduti, il che è ben diverso dal pauperismo estremo di alcuni ordini o delle critiche da bar di molti avversori della Chiesa.
Non si potrebbe comprendere, d'altronde, il fatto che, tra i Dodici a cui affidi il compito dell'evangelizzazione, Tu abbia voluto anche un esattore delle tasse, che si impegnerà a redigere poi uno dei quattro Vangeli...