#aMarco

A volte - troppo spesso, purtroppo - do le Scritture per scontate, come un racconto già ascoltato o comunque già noto almeno a grandi linee. Penso ad esse come a qualcosa che esiste da sempre e che quindi non ha nulla più da svelare.

In verità non c'è pericolo più grande nè strada più fuorviante che l'assuefazione da narcolessia. 

I Vangeli, ad esempio: a leggerli poco meno che distattamente si avverte chiaramente la richiesta pressante di notizie sul Tuo conto da parte di comunità via via più grandi e disparate.

Mi pare di vedere i redattori di quei testi intenti a raccattare disperatamente notizie da tutte le fonti, tenendo gli occhi ben aperti per paura dei persecutori ma con la smania ardente di chi cerca pepite d'oro. E poi, trovatele, a sforzarsi di amalgamarle in una narrazione dotata di un filo logico, di un capo e di una coda.

Luca, ad esempio, sceglie di raccontare la Tua storia, dall'Annunciazione all' Ascensione; oppure Matteo, che apre risalendo il filo delle generazioni di Israele da Te fino ad Adamo; e Giovanni, il cui prologo è un distillato purissimo di Teologia in cui la Creazione descritta in Genesi si fonde e si confonde con l'Incarnazione.

Poi c'è Marco, il mio preferito.

A Marco non interessa raccontare della Tua nascita o di Te bambino: Marco vuole parlare di Te adulto, della Tua predicazione.

E allora salta Betlemme e parte direttamente dal Battesimo al Giordano.

Poi liquida la figura del Battista in una decina di versetti e prima della fine del primo capitolo Tu hai superato le Tentazioni nel deserto, hai chiamato i primi discepoli, hai insegnato nella sinagoga destando scalpore e hai pure operato le prime guarigioni.

Marco ha un annuncio che gli brucia nella gola e ha l'urgenza di trasmetterlo anche ai lettori più svogliati ed indolenti.

A Marco - ed ai suoi lettori narcolettici come me - dedico questi versi di Bukowski.


E così tu vorresti fare lo scrittore?

Se non ti esplode dentro a dispetto di tutto, non farlo.

A meno che non ti venga dritto dal cuore e dalla mente e dalla bocca e dalle viscere, non farlo.

Se devi startene seduto per ore a fissare lo schermo del computer o curvo sulla macchina da scrivere alla ricerca delle parole, non farlo.

Se lo fai solo per soldi o per fama, non farlo.

Se lo fai perché vuoi delle donne nel letto,non farlo.

Se devi startene lì a scrivere e riscrivere, non farlo.

Se è già una fatica il solo pensiero di farlo, non farlo.

Se stai cercando di scrivere come qualcun altro, lascia perdere.

 

Se devi aspettare che ti esca come un ruggito, allora aspetta pazientemente.

Se non ti esce mai come un ruggito, fai qualcos’altro.

Se prima devi leggerlo a tua moglie o alla tua ragazza o al tuo ragazzo o ai tuoi genitori o comunque a qualcuno, non sei pronto.


Non essere come tanti scrittori.

Non essere come tutte quelle migliaia di persone che si definiscono scrittori, non essere monotono o noioso e pretenzioso, non farti consumare dall’auto-compiacimento.

Le biblioteche del mondo hanno sbadigliato fino ad addormentarsi per tipi come te.

Non aggiungerti a loro.

Non farlo.

 

A meno che non ti esca dall’anima come un razzo, a meno che lo star fermo non ti porti alla follia o al suicidio o all’omicidio, non farlo.

A meno che il sole dentro di te stia bruciandoti le viscere, non farlo.


Quando sarà veramente il momento, e se sei predestinato, si farà da sé e continuerà

finché tu morirai o morirà in te.

Non c’è altro modo.

E non c’è mai stato.