#PerdònoVsCondono

 In questi giorni ho scoperto una cosa importante, direi fondamentale, nella parabola del figliuol prodigo.

E dire che l'avevo sotto gli occhi ma per pigrizia o per abitudine non l'avevo mai messa a fuoco così chiaramente.


La storia è nota: uno dei due figli chiede al padre la sua parte di eredità e si mette in viaggio per un paese lontano, dove  sperpera tutti i suoi beni; trovandosi allora nell'indigenza decide di tornare dal padre e di proporsi a lui come operaio.

Il padre lo scorge arrivare da lontano e gli corre incontro, lo abbraccia, lo bacia e poi prepara un banchetto per far festa.

Ma la parabola continua, ed è in questa seconda parte che ho trovato il punto di cui parlavo.

L'altro figlio apprende del ritorno del fratello e si mette sulla difensiva: è evidente che si sta chiedendo se può ritenersi ancora l'unico erede o se al fratello sarà condonato lo sperpero e verrà in qualche misura reinserito nell'asse ereditario.

Il padre allora gioca di anticipo e fuga ogni dubbio:

Figlio, tu sei sempre con me

e ciò che è mio è tuo...

Si faccia stasera festa per il figlio ritrovato, ma ciò che è mio è tuo, e di nessun altro...

La misericordia non può sconfinare nell'ingiustizia; il perdono non ha nulla a che fare col condono.

Si condona mettendo il torto sotto il tappeto, facendo finta di non averlo mai ricevuto - "scurdammoce o' passato" per dirla con la canzone.

Ma il passato presto o tardi si riaffaccia e presenta il conto.


Il perdono è invece l'esatto contrario: consiste nell' esercizio di guardare in faccia quotidianamente al torto subito, senza mai perderlo di vista, e di avere la forza di andare oltre di esso in vista di un bene superiore.


In tempi di corsa alle armi di distruzione di massa, direi che il perdono è invece un'arma di pacificazione di coppia, perchè inevitabilmente affinchè si inneschi il perdono bisogna essere in due.


#upPatriotsToArms

#upPatriotsToArms_2

Possiamo piangerci addosso.

Possiamo prendercela con la cattiva sorte e cadere nel più inerte fatalismo finendo, presto o tardi, per comparare la nostra vita a quella degli altri.

Inevitabilmente riusciremmo a trovare appigli per alimentare l'invidia e la recriminazione, allontanandoci da quel prossimo che invece dovremmo amare.


Vengono a dirTi che Pilato ha ucciso dei sacerdoti Giudei mentre celebravano sacrifici.

Forse è una provocazione per farti prendere posizione contro Roma o forse cercano solo qualcun altro che si aggreghi al coro delle lamentazioni.

La Tua risposta è shockante:

Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte?  No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.

Che vuoi dire? Che se si fossero convertiti Pilato non li avrebbe uccisi ugualmente?

Convertirsi da che, poi? Quelli non stavano facendo nulla di male...

E cosa c'entrano poi

quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise: credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme?


Mi pare che siamo davanti alla pagina più fraintesa di tutti i Vangeli.

Credo che chi debba essere oggetto di conversione siano quelle persone che ti raccontano questi fatti, non i loro protagonisti: smettessero di piangersi addosso, la finissero di porre in relazione gli avvenimenti contrari con questa o quella colpa, vera o presunta.

Usassero il loro tempo per vivere anzichè per cercare sistemi per allontanare la morte: si avvicinassero al prossimo anzichè allontanarsene.


C'è una parabola alla fine di questo brano.

Racconti del padrone di una vigna che - stufo di un fico che non da frutti - chiede al vignaiolo di abbatterlo; e il vignaiolo risponde così

Padrone, lascialo ancora quest'anno finché io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l'avvenire; se no, lo taglierai

Fine.

Cosa è successo l'anno seguente? Quell'albero ha giovato delle cure del vignaiolo?

Non ci hai consegnato la risposta: e lo hai fatto per sottolineare che è essenziale mettersi all'opera spendendosi per il bene, a prescindere dai risultati che verranno.

Ne sono sicuro.


#upPatriotsToArms

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...per quaranta giorni, fu tentato dal diavolo.
Non mangiò nulla in quei giorni; ma quando furono terminati ebbe fame. 
Allora il diavolo gli disse...

Il Male non si accontenta, non molla la presa, non indietreggia di un centimetro.
Anzi, se percepisce che l'avversario é in difficoltà é proprio allora che aggredisce più forte.
Dopo averci provato, invano, per 40 giorni, il Tentatore intuisce la Tua fame e sferra un nuovo attacco.
Non si può chiedere al Male una tregua, perché non conosce la misericordia.

Allo stesso modo non ci si può assuefare al Male: non si può cercare un compromesso, perché quel compromesso sarebbe solo il punto di partenza di una nuova trattativa al ribasso.
Né può essere considerata un'arma la resilienza: attendere in maniera inerte tempi migliori é precisamente quella ammissione di difficoltà che il Tentatore aspetta con ansia.

Nel 2001 sembrava che la fine del mondo sarebbe arrivata dalla minaccia terroristica.
in 20 anni si sono succedute crisi economiche su scala globale, disastri ambientali, pandemie planetarie ed ora la guerra alle porte di casa.
E questa non sarà l'ultima sciagura: il Male troverà il sistema di rilanciare in maniera più forte e cruenta.

Non per questo ci é dato di scoraggiarci.
Non é proprio possibile, se non vogliamo soccombere.
Organizziamoci, troviamo nuove forme e nuovi strumenti, perché ne avremo bisogno.

Occorre combattere il Male in maniera netta e risoluta, in ogni occasione - propizia e non propizia.
Occorre combattere la buona battaglia della fede, per dirla con le parole di San Paolo.

#upPatriotsToArms