#Ascoltatelo

Questi è il mio amato figlio, nel quale mi sono compiaciuto: ascoltatelo!

Questo dice la voce del Padre a chiusura dell'episodio della Trasfigurazione, il più glorioso passaggio registrato nei Vangeli, nel quale la Tua natura divina emerge prepotente; se l'Incarnazione la fa intravedere senza svelarla, se la Resurrezione lascia perfino tra i Tuoi alcuni scettici, qui non c'è margine d'errore: l'evento è decisamente sovrannaturale.

E allora mi sarei aspettato la scelta di un verbo differente a sigillo di una manifestazione così eclatante di divinità.


Questi è il mio amato figlio, nel quale mi sono compiaciuto: obbeditegli!
D'altronde questa era la consegna di Mosè, che pure appare sul monte: l'obbedienza fedele alla Legge.

Oppure:
Questi è il mio amato figlio, nel quale mi sono compiaciuto: veneratelo!
Venerarlo come si faceva con i patriarchi ed i profeti, soprattutto con Elia, il profeta maggiore nonchè l'altro convenuto sul monte.

Ed invece:
Questi è il mio amato figlio, nel quale mi sono compiaciuto: ascoltatelo!

Quel verbo esprime la misura di una possibilità, di un'opportunità offerta.

Spericolatamente arrivo a dire che il Vangelo, in essenza, consiste proprio dell'offrire un'alternativa alla Tentazione: andare incontro al Prossimo anziché evitarlo, non ricambiare il torto con il torto, ricucire piuttosto che separare.

Il Tentatore non faccio fatica ad ascoltarlo, non ho bisogno di andare a stanarlo nel deserto come facesti Tu; lui è dentro di me, fa parte della mia stessa natura.
Certamente posso opporre l'obbedienza cieca a dei precetti codificati e condurre così un'esistenza magari buona, santa perfino, ma al costo di mille privazioni e rinunce.
Obbedendo supinamente opterei per una vita di fede probabilmente efficace ma puerile, come il bimbo con il genitore.
Similmente, con la sola venerazione corro il rischio di mettere Dio su un piedistallo: il che può pure funzionare ma probabilmente Dio finirà per avere poco a che fare con la mia vita.

Invece quel verbo potentissimo - ascoltatelo - racconta di un Dio-Uomo; racconta, ovvero, di Te, mio fratello Gesù Cristo, che offri un'alternativa salvifica alla tentazione: quella che hai consegnato nel discorso della montagna e testimoniato nel resto della Tua vita terrena.

Anche nel momento più glorioso, nel momento in cui è più chiara la Tua natura divina, Tu ed il Padre - che siete una cosa sola -  ribadite di voler scendere dai piedistalli, rinunciare ad ogni autorità coercitiva e stare tra gli uomini, in mezzo a loro.

Nel cuore mi germoglia un "Alleluja" che certamente fiorirà a fine Quaresima.

#Intenzioni

É tutto un gioco a condurTi nel brano delle tentazioni, come in una danza: prima Ti conduce lo Spirito, dopo il diavolo. 
É tutto uno spararsi addosso a colpi di Scritture: lui apre il fuoco e Tu rispondi. 

Cosa fa la differenza, dunque?
Cosa distingue un'azione autentica da una mistificatrice? 

Mischio un po' di parabole insieme, mi perdonerai.
Cade lo stesso seme su terreni diversi: su uno germoglia, sull'altro no. 
Arrivo perfino a dire che lo stesso seme, ovvero  la stessa Parola, sullo stesso terreno fertile produce grano o perfino zizzania, come fa il diavolo distorcendo le Scritture.

E allora mi viene in mente il Vangelo di domenica scorsa, meravigliosa chiosa del discorso della montagna:

Non son venuto per abolire, ma per dare compimento

Secondo me é una questione di intenzioni: si possono osservare le Scritture e la Parola come un simulacro, come un soprammobile da spolverare ogni tanto, oppure accettare il rischio di travisarle pur di non lasciarLe lettera morta.
Bisognerebbe amare così tanto la Parola da non aver paura di perderLa, piuttosto che portarLa in giro al guinzaglio.
D'altronde il seme, per germogliare, dovrà pur morire.

Ecco: nella Quaresima che incomincia, piuttosto che fioretti privativi, mi propongo quello di vigilare sulle mie intenzioni.

Cor mundum crea in me, Deus.

#EssereEsempio

E poi, senza soluzione di continuità (sciagurati noi a spezzettare quello stesso discorso!), dopo aver proclamato beati gli afflitti che mantengono un cuore puro, i vessati che non rinunciano ad agire secondo mitezza e misericordia, i perseguitati che scelgono tuttavia di operare per la pace, aggiungi:

Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato?

Trovo questa similitudine strepitosa, perchè cattura il rischio della progressiva assuefazione al male o di un abbassamento della guardia infinitesimale ma costante e lo paragona alla perdita di sapidità.

Ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato?

Se tutti ci assuefacessimo al male, se tutti iniziassimo a rispondere all'afflizione con la cattiva disposizione d'animo, alla persecuzione con l'insurrezione, alla vessazione ricambiando con la stessa moneta, saremmo un'umanità irrecuperabile.
Essere tra quei beati, dunque, investe pure di questa enorme responsabilità: preservare l'attitudine al Bene, in se e negli altri, come la più preziosa risorsa.

E se fossi tentato di obiettare che già la via per quella beatitudine che qui enunci richiede enorme impegno e non necessita di alcun aggravio, dovrei immediatamente pure osservare che la responsabilità a cui chiami non è coercitiva, non essendo prevista alcuna pena in caso di mancanza.

Essa è piuttosto elettiva, nel senso che:

Non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa

A noi aspiranti beati, ovvero tenaci nella Fede, non è richiesto di dare l'esempio: saremo noi stessi esempio, in maniera del tutto naturale.

Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.