Per due volte paragoni il Regno dei Cieli ad un bene prezioso, ed entrambe le volte aggiungi di colui che lo scopre che:
...va, vende tutti i suoi averi, e la compra.
Come a dire che chi scopre la bellezza di quel progetto ne resta talmente ammaliato da non avere bisogno di alternative o di piani di emergenza: l'unica misura ammessa - direi quasi l'unica resa possibile dall'abbagliante bellezza del Regno - è la dedizione totale.
E allora verrebbe da pensare al coro degli angeli, alla danza delle vergini... un mondo bucolico che trascende la realtà tangibile quotidiana, affetta com'è da mille imperfezioni e putrescenze.
Niente di più sbagliato.
Ma proprio: siamo completamente fuori strada.
E ci tieni a chiarirlo immediatemente dopo:
Il Regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare che raccoglie ogni genere di pesci.
(...) i pescatori (...) raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi.
Solo poco prima avevi paragonato il Regno pure al campo dove crescono insieme il seme buono e la zizzania, senza nessun intervento da parte della manovalanza fino alla mietitura.
Se cerchiamo il Regno dei Cieli - questo progetto talmente affascinante da meritare dedizione totale - fuori dal mondo, siamo fuori strada.
Il Regno è la rete piena di ogni pesce, il campo pieno di ogni erba.
Il Regno, precisamente, è nello sforzo del seme buono di convivere con la zizzania senza lasciarsene sopraffare, ed anche nella capacità del pesce prelibato di convivere con i pesci meno pregiati senza che questi lo divorino.
Il Regno è qui ed ora, intorno a noi: chi ci vuole convincere di paradisi sintetici ci trascina piuttosto nella direzione opposta.